Ditemi una cosa carina

“Ditemi una cosa carina.” Altan mi perdonerà il riuso di una fra le sue più belle vignette, ma non saprei trovare parole migliori.
Se non siete interessati al profondo perché di questo blog, ma solo al gioco saltate il lungo e noioso testo sottostante e leggete infondo.
Il bisogno, che provoca appunto la sopraccitata richiesta, nasce ormai qualche mese fa durante la lettura di un quotidiano. Sorvolando sui dubbi di un incerto ricordo, un titolo a caratteri maiuscoli informava che un vescovo dava del “tonto” ad un frate. Le circostanze reali, ad immaginarle, possono apparire a molti almeno divertenti, se non comiche. L’articolo e il suo titolo d’apertura, invece, lasciavano alquanto perplessi. A prescindere dal torto, il motivo scatenante l’insulto era serio, qualcuno se lo ricorderà, e degno dell’intera pagina ad esso dedicata. Ma era il titolo, la frase in caratteri maiuscoli, a provocare perplessità: essa stava infatti come “Il vescovo mette agli atti che tale frate è un tonto”. Sì, perché per quanto sia carta di mediocre qualità, un giornale è un documento stampato, conservabile e conservato. Ne nasce un certo fastidio ed un sottile sgomento: sembra assurdo. Mi pare superfluo affrontare il perché, che altro non sarebbe se non una digressione sulla parola scritta. Tuttavia per quanto incredibile il fatto possa sembrare, resta agli atti che tale frate è stato nominato tonto.
Da allora ho fatto più attenzione alle ricorrenze di insulti nei quotidiani, apprezzandone una crescente proliferazione. Crescita così vertiginosa che l’attenzione è diventata superflua, e una constatazione stupidamente maliziosa si aggira per la testa: “siamo coperti d’insulti”.
L’insulto è un’arte. Chiunque apprezza il suono di un’offesa ben decantata e con un corpo articolato e fantasioso. E gli insulti in forma dialettale sono ancora più gustosi.
L’insulto può essere fatto ad arte. “Mi domando che madri avete avuto” è il primo verso di una poesia che quasi sul finire così si risponde: “Ecco, vili, mediocri, servi, feroci, le vostre povere madri!”. Sono versi di Pasolini, versi di rara bellezza, e se l’insulto piace sentirlo più che leggerlo, con rara bravura la stessa poesia è stata letta da Gassman.
Se l’offesa è una così bella arte sarebbe un delitto chiedere il suo contrario: “una cosa carina”.
Tuttavia parte degli ultimi studi filosofici ci suggeriscono qualcosa che potrebbe giustificare la richiesta, una frase che recita: “siamo parlati dal linguaggio”. Ben diverso dal vecchio “sei ciò che mangi”, come può aiutare a comprendere un articoletto trovato fortuitamente su internet (pdf). Viene naturale concludere “siamo insultati dagli insulti”, sì, forse le cose stanno così… Ma l’essere parlati dal linguaggio è qualcosa di più profondo, si arriva a toccarlo dopo lunghe apnee nelle profondità filosofiche. L’insulto invece è un legnetto, che per quanto fradicio non può che rimanere lì a galla dove è stato abbandonato. Gli insulti sono parole di superficie, epifaneia in greco antico: quello che appare. Aggiungo, solidale con il frate sopraccitato, quello che rimane.
A dispetto dell’arte, può essere allora giustificata la richiesta di una certa pulizia della superficie di questo nostro mare di parole. Rimane tuttavia ancora ingiustificato il bisogno del suo contrario.
Per ottenere una giustificazione alla richiesta di “una cosa carina” bisogna addirittura infastidire la lingua tutta, che come ci suggerisce Saussure: “è, al tempo stesso, un prodotto sociale della facoltà del linguaggio e un insieme di convenzioni necessarie, adottate dal corpo sociale per consentire l'esercizio di questa facoltà negli individui.”. Si tratta allora esclusivamente di esercizio, l’esercizio a produrre cose carine. Del tutto simile al latino e al greco antico, inutile e fastidioso, ma non assurdo.
A qualcuno può sembrare assurdo un giornale in cui gli interessati nelle numerose contese in atto si facciano a vicenda complimenti e felicitazioni. Chi abbia questa sensazione è invitato a considerare la natura di giornali che li “coprono di insulti” (di dimensioni nazionali) e delle acque in cui si sta attualmente navigando.
leggete da qui!
L’esercizio che vi viene proposto è la creazione di una frase carina, che non abbia nulla a che fare con l’ironia, caratteristica di questi tempi molto amata. Eliminata l’ironia, ci si deve invece concentrare su un sentito complimento. È preferibile che i destinatari siano scelti tra quei soggetti ultimamente bersaglio di insulti. Ecco due esempi:
Cavalier Berlusconi, nonostante i cinque anni di governo e la dura campagna elettorale la vedo sempre in gran forma.
Professor Prodi, questa ultima campagna elettorale le ha fatto proprio bene, ha un aspetto splendido.
Esponenti di governo e dei partiti, sindaci e presidenti di regioni, giornalisti e perfino l’elettorato meritano un gran numero di frasi carine. Postate i vostri sentiti complimenti tra i commenti in basso, possibilmente evitando l’anonimato, inserendo un semplice nickname, nomignolo o soprannome, così che le frasi siano attribuibili. È superfluo sottolineare l’inutilità del colore politico, stato civile, sesso o qualsiasi altro dato: un complimento ha valore di per se.
Da parte mia cercherò tra i commenti le “cose più carine” e le posterò più avanti, cercando di non far sgarbo a nessuno.